Azioni, il ribasso continua su tutti i mercati
Nessuna novità, occorre rilevare che non si è assistito al benchè minimo rimbalzo su nessun azionario da un mese a questa parte, segno di indubbia debolezza di tutto il quadro.
Valga per tutti il DJ che pure tra le sue blue chip annovera multinazionali piuttosto resistenti alla volatilità.
In 10/15 gg (anche meno) un ulteriore ribasso del 10/15 percento su tutti gli indici è possibile sulla scorta dell'esperienza tutt'ora viva dell'11 settembre, a meno di pronti interventi della FED nel settore immobiliare a sostegno di Fannie Mae e Freddie Mac, nella politica della svalutazione del dollaro o della speculazione sul petrolio. Nel grafico la indicazione di un supporto teorico , tecnicamente raggiungibile in una manciata di sedute come nell'11 settembre.
E' vero che, teoricamente, gli asset espressi in dollari (v.parte inferiore del graf) iniziano a diventare appetibili: quando colossi come Fannie Mae valgono pochi dollari, con un dollaro fortemente svalutato , o i bancari massacrati dalle vendite a pioggia stanno apparentemente al lumicino del minimo del 2003, ci si inizia a chiedere se provarci con poco non sia saggio.
Siamo quindi apparentemente in zona di appetiti, in parte ampliati dal desiderio di reazione su voci di problemi che si inseguono a tambur battente secondo il noto adagio: vendi o compra sulle voci.
Ma è meglio resistere alle sirene, DJ e SP hanno ancora strada da fare. Il DJ sembra anticipare la soglia psicologica dei 10 mila punti verso cui sembra volersi indirizzare risolutamente.
Resta fosco il quadro secolare.
Sempre Bond in valuta locale (euro), non c'è via d'uscita.
Petrolio, la Cina si attrezza per cercare nuovi giacimenti

Colpo grosso della Cina nel settore petrolifero.
L'ente di Stato China National Offshore Oil Company , Cnooc, già celebre per aver tentato la scalata della compagnia californiana Unocal, poi bloccata per motivi politici da Washington, ha comprato per 2,5 miliardi di dollari la società norvegese Awilco Offshore, specializzata nelle attrezzature per l'esplorazione petrolifera.
(nel grafico il picco delle estrazioni norvegesi e le previsioni future)
Gli "oil rigs" (impianti per l'esplorazione petrolifera) scarseggiano nel mondo intero ed è in atto una corsa per accaparrarseli. Il modo più semplice di farlo consiste appunto nel comprare le aziende che li costruiscono e hanno il know how per utilizzarli, come ha appena fatto la Cina.
L'acquisizione della Awilco servirà anzitutto ai cinesi per accelerare le esplorazioni petrolifere nelle loro stesse zone costiere dove i giacimenti sottomarini non sono adeguatamente sfruttati (baia di Bohai, mare della Cina meridionale), nonché al largo delle isole del Mare Orientale sulle quali è stato raggiunto di recente un accordo con il Giappone per lo sfruttamento congiunto delle acque contese. In futuro il potenziamento delle capacità cinesi nel settore dell'esplorazione potrà consentire alle compagnie di Pechino di proporsi come partner anche in progetti internazionali offshore, dall'Africa occidentale al Brasile.
da : Repubblica.it
Il petrolio e l'occidente

La offerta di petrolio è relativamente costante, solo piccoli aumenti negli anni da parte dell'Opec, di più da chi sta fuori del cartello. Ma anche la domanda è cresciuta poco rispetto ai prezzi.
La favola che la economia cinese abbia contribuito alla modifica dei prezzi rimane una bufala.
I prezzi dell'oil, espressi in dollari, in poco più di un anno si sono raddoppiati, mentre il dollaro ha perso un 15 %; i consumi cinesi di oil sono 1/3 di quello degli Stati Uniti, difficilmente possono aver influenzato più di tanto.
Qualcosa non funziona.
In pratica finanziariamente pare che ora ci si indebiti in dollari e si compri petrolio e commodity, mentre le borse e i bond vanno a picco. Sul petrolio le posizioni sono quindi ormai anch'esse a debito e a leva.
La componente ampiamente speculativa è quindi evidente e a poco valgono le ripetute dichiarazioni fantasiose del Presidente Bush di desiderare un dollaro forte. Il dollaro forte non interessa, anzi la svalutazione è utilissima per sorreggere le esportazioni americane, ma il petrolio ha preso la mano. I paesi membri dell'Opec si dicono invece preoccupati, temono un ribasso dei consumi.
Newscientist mostra i maggior produttori e consumatori di petrolio. Di conseguenza, per differenza, anche gli esportatori di Oil. Gli Stati Uniti, pur avendo una considerevole produzione, rimangono importatori netti per la metà del loro fabbisogno, che è quasi un quinto di quello mondiale.
La svalutazione del dollaro utile per la competizione delle loro produzioni non riesce a compensare il costo crescente per barile se non per via degli investimenti finanziari speculativi. Un bel rebus che rischia di sfuggire di mano a favore dei paesi esportatori e dei produttori in generale.
Petrolio non è solo benzina, ma i consumatori Usa iniziano a mugugnare.
Non si vede altra via che un raffreddamento d'imperio dell'attività speculativa, un po' come accadde per l'argento all'inizio degli anni '80.
Questa è la strada pensata anche dal ministro italiano dell'economia Tremonti. Una buona idea, ma che quand'anche sostenuta in Europa avrebbe probabilmente scarsissimi risultati pratici. Una simile iniziativa o la fanno propria negli Usa o se ne ricavera' ben poco. Con 20 milioni di barili giornalieri i maggiori consumatori restano gli americani più che gli europei. Il mercato è governato li' (non per nulla il prezzo è in dollari), ma anche i consumatori americani iniziano a sentire il peso del pieno benzina quindi la situazione appare matura per una soluzione tecnica (limitazioni nel tempo e/o nella quantità e nell'indebitamento per tenere aperte le posizioni al rialzo) , se non "politica" visto il crescente fastidio verso i Paesi Arabi tra la popolazione statunitense.
Solo così sarà possibile raffreddare, almeno momentaneamente, l'inflazione nella sua componente energetica.Le premesse tuttavia non sono buone, al G8 , contro ogni evidenza l'amministrazione , tramite Henry Paulson, nega. Del resto il mercato lo governano loro.
I più avvantaggiati dalla situazione di prezzi crescenti restano la Russia e i paesi del Golfo Persico e i petrolieri tutti. Un tentativo di soluzione di forza in quelle zone non è per nulla un fatto da trascurare e di fatto non è stato trascurato in un remoto passato (guerre nel Golfo). Pare ancora infatti la più gettonata politicamente parlando (Iran).
Con la compressione, in occidente, del ceto medio e la crescita dell'indebitamento favorito dalle politiche monetariste (con conseguente aumento stratosferico della massa monetaria concentrata in pochi soggetti), difficilmente si riuscirà comunque ad abbattere l'inflazione crescente. I margini sono molto stretti in larghe fette della popolazione e con la mobilità discendente in vigore da anni la cosa non sorprende.
La situazione in occidente è del tutto simile a quella del Giappone degli anni '90 e degli Usa nel '29, manifestatesi con l'anticipazione della crisi nei settori immobiliari. Con l'aggravante, oggi, di un tasso di risparmio quasi negativo presso una larga fetta della popolazione occidentale e di un debito pubblico crescente in molti paesi.
Non sarà una cosa breve, quali che siano gli alti e bassi momentanei.
Torna di moda il bond, meglio se a breve 3-5 anni e meno o indicizzati, in valuta locale.
Il resto è per amanti del rischio puro.
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