Dow Jones dal 1929

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A parte il 1931, il DJ non ha mai presentato (con l'eccezione non chiara del 1968) più di 4 trimestri consecutivi di ribasso netto (candele pienamente rosse), anche se non raramente si è assistito a ribassi ben più vigorosi di come si presenta l'attuale acceleratosi in questa settimana, durati anche ben più di 1 anno.

I casi sono due: o siamo veramente in un nuovo '29 , con tutto ciò che implica in termini di durata e profondità del ribasso, o entro il mese corrente quantomeno la borsa americana tira il fiato, e con lei tutte le altre.

Cross EUR/USD. Azionario, si compra

Cross Eur/USD, settimanale
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Correzione veloce dell'euro/dollaro; ha tutta l'aria di continuare , forse dopo qualche traccheggio, fino ad un cambio prossimo almeno ad ad 1,29/1.30.

Le borse invece hanno frenato la correzione dopo un anno . Non si capisce bene se il minimo sia stato fatto, ma iniziare ad accumulare dalla prossima settimana, dopo le scadenze tecniche di settembre non sembra un cattivo proposito. L'aria è che il peggio sia alle spalle e che tutto si sia riallineato, a meno di qualche veloce ricaduta, l'equity ha l'aria di volersi raddrizzare in barba alla crisi del credito che sembra proprio abbia toccato il fondo, visto che è fallito quasi di tutto.
Se si raddrizza lo sara' per un tempo discreto, piuttosto lungo.

Il petrolio ha raggiunto il suo target di ribasso. Può ancora fare qualcosa , ma il fatto che l'Opec abbia diminuito la produzione fa ritenere che il "qualcosa" semmai sia per un ulteriore ribasso del barile, piuttosto che un rialzo devastante come nell'ultimo anno. Tra 80 e 100 dollari al barile pare sia il suo prezzo in questa fase congiunturale. Con lo storno del cross anche il petrolio ha stornato velocemente, da luglio.
Per il poi si vedrà.

Quindi lunghi sulle borse, orientali , USA, ed euro. Pian pianino, senza esagerare. Lontani da materie prime, oro, petrolio e commodity varie e qualche cautela sulle azioni del credito.
Sempre buono l'obbligazionario, da mantenere.

Neo libersimo alla frutta, Fannie e Mac nazionalizzate


La sbornia imperante dagli anni 80 è al capolinea. Il più liberista e convintamente monetarista paese sulla terra fa marcia indietro e assume il controllo di Fannie e Mac commissariandole o, più semplicemente, nazionalizzandole.
La Federal National Mortgage Association e la Federal Home Loan Mortgage Corporation i mutui li comperano, li assicurano, li impacchettano e li cartolarizzano, per poi rivenderli agli investitori sotto forma di titoli: tutti i big di Wall Street hanno in portafoglio derivati di questo meccanismo, la banca centrale della Cina detiene obbligazioni di Fannie Freddie per centinaia di miliardi di dollari, così come le istituzioni di Arabia Saudita, Russia e Giappone.

Pressato dalle vendite sulle obbligazioni di Fannie e Freddie operate dalle banche cinesi, e dal timore che queste possano scatenare le reazioni di altri istituti centrali il Tesoro americano ha deciso di intervenire in prima persona.
Venerdì nell'after-hour i due colossi dei mutui avevano perso un altro 20 %. Oggi la decisione è preannunciata, prima dell'apertura settimanale delle borse asiatiche.

Continuano intanto a circolare voci su Lheman e Brothers, altra banca malata per la quale pare si sia fatta avanti anche la giapponese Nomura intenzionata a rilevarla.

Le nazionalizzazioni di fatto continuano attorno al disastro del settore immobiliare e della bolla ingigantitasi negli ultimi 3 anni e spalmata finanziariamente su tutti i finanziatori e fondi del pianeta.

Con la nazionalizzazione dei due colossi americani, seguita ad un anno di distanza dalla nazionalizzazione in Inghilterra di analoga società di mutui , si chiudono gli anni del liberismo e altro non c'e' da attendersi che misure analoghe , strategiche in altri settori delle economie, presto si facciano avanti.

E' l'inizio della fine del cosidetto turbocapitalismo che ha drogato la crescita dell'ultimo quarto di secolo spostando e ritirando capitali in fretta e furia concentrati in poche mani. Avviando in alcuni casi lo sviluppo , ma al prezzo di giganteschi squilibri economici e sociali. E' la prima grande crisi del cosidetto settore terziario, dopo quella preannunciata nel 2000 dal crollo delle quotazioni del Nasdaq. Seconda , nel tempo ma non nelle proporzioni, alla crisi immobiliare giapponese.